[Attualità] Gli Onorevoli Magistrati (… e Avvocati … e Giornalisti … etc …..)

E' uscito poche ore fa su uno dei NewsSite più interessanti, - http://www.huffingtonpost.it/ -  un editoriale di Giovanni Valentini, ViceDirettore dell'Espresso e firma storia di Repubblica, in cui affronta con grande capacità divulgativa, ma piena consapevolezze delle tematiche insite nella questione, un problema molto attuale ma che pone interrogativi su questioni quali la professionalità, la terzietà e la serietà di professionisti qualificati che accettano di essere candidati per le prossime elezioni politiche 2013.

Riteniamo utile quindi proporre il testo dell'editoriale – anche nell'ottica di questa Associazione (e quindi anche di questo sito) che vuole comunque essere anche un ponte comunicativo con coloro che non sono strettamemente operatori del diritto, ma, in quanto cittadini, coinvolti o potenzialmente coinvolgibili nelle vicende giudiziarie proprie o altrui — e Vi invitiamo a direl a vostra sul nostro Forum di Discussione. 

Abbiamo parlato ieri dell'assalto dei giornalisti, e in particolare di quelli del servizio pubblico, al Parlamento della Repubblica: ed i magistrati? Non vogliamo parlare pure dei Pubblici Ministeri che smettono la toga per candidarsi alle elezioni politiche e diventare magari deputati o senatori?

Anche qui, non è la prima volta che questo accade né sarà l'ultima, ma allora converrebbe fissare – come si suol dire – alcuni "paletti", nella speranza che in futuro non si ripetano casi quantomeno discutibili o addirittura abusi; ciò anche a tutela dell'ordine giudiziario, della sua funzione istituzionale, della sua autorevolezza e credibilità.

Il primo "paletto" dovrebbe prevedere che un magistrato non può presentarsi in un collegio elettorale che coincide con la sua circoscrizione giudiziaria. Se uno ha fatto il P.M. a Milano o a Palermo, per esempio, sarebbe opportuno che non si candidasse al Parlamento nella stessa città; analogo criterio vale per le elezioni amministrative, comunali o regionali che siano, e ciò perchè altrimenti, chiunque sarebbe legittimato a sospettare anche retroattivamente delle iniziative giudiziarie prese o non prese nei confronti di questo o quell'esponente di partito.

È vero, come mi ha risposto Antonio Ingroia lunedì sera durante "Porta a Porta", che lui ha acquisito sul campo della lotta alla mafia una notorietà nazionale, e di ciò bisogna senz'altro rendergli merito, ma resta il fatto che, in base alla legge, a Palermo l'ex P.M. Ingroia è ineleggibile e perciò la sua appare una candidatura-civetta, come quella di un "testimonial" che procura voti alla lista in forza della sua personale popolarità.

L'altro "paletto", ancor più importante del primo, dovrebbe escludere il diritto all'aspettativa, cioè alla conservazione del posto in organico, e quindi la possibilità di tornare a fare il magistrato. Al pari del giornalista, e soprattutto di quello del servizio pubblico, anche il magistrato che indossa una casacca politica non se la può più togliere: nel senso che perde quell'aura di imparzialità che dovrebbe garantire l'autonomia e l'indipendenza del potere giudiziario nei confronti del cittadino: ciò sia per il giudice che giudica sia per il pubblico ministero che accusa.

Lo stesso Ingroia ribatte che ciò sarebbe giusto in linea di principio, ma in concreto nulla impedisce che il magistrato in questione – una volta terminato il mandato parlamentare o amministrativo – torni poi a fare il suo lavoro, magari in un'organizzazione internazionale o, nel caso di un pm, passando dalla giustizia penale a quella civile. Questa argomentazione, però, non convince: anche dall'estero (vedi rogatorie internazionali) e ancor più in campo civile, la funzione inquirente e quella giudicante possono interferire comunque con il pregresso impegno politico dell'ex parlamentare o ex amministratore pubblico.

Analogamente a quanto sostengo per i colleghi giornalisti, dunque, anche i magistrati che decidono liberamente di "salire in politica" dovrebbero dire addio definitivamente all'amministrazione della giustizia.

Fino a quando non sarà approvata una legge che glielo imponga, evidentemente possono continuare a comportarsi secondo coscienza, e sappiamo bene quanto abbia contato finora la "lobby" trasversale dei magistrati parlamentari, quelli di centrodestra e di centrosinistra, ma il principio rimane valido indipendentemente dagli interessi di categoria ovvero di casta.

Da ultimo, un corollario che riguarda gli Avvocati. Nessuno può vietare loro di lasciare la professione e candidarsi alle elezioni, ma durante il mandato parlamentare o amministrativo dovrebbero avere almeno il buon senso di astenersi dall'attività lavorativa. Non tanto perché la politica è un "servizio", peraltro piuttosto ben remunerato, reso al popolo sovrano, quanto per non sovrapporre e confondere i due ruoli: in caso contrario, il giudice che deve emettere una sentenza non saprà mai se ha di fronte un legale di parte oppure un legislatore e può sentirsi influenzato da questo "sdoppiamento". 

La Giustizia è una materia troppo seria e importante per essere contaminata dalla politica, ed infatti non a caso Montesquieu introdusse la separazione dei poteri. E sarebbe opportuno – a mio avviso – che quello giudiziario, se vuole conservare integra la propria autorità, rimanesse più distinto possibile da quello legislativo ed esecutivo.

 

Pubblicato in data 22.01.2013 su Huffingtonpost.it – http://www.huffingtonpost.it/2013/01/22/elezioni-2013-verso-il-voto-magistrati_n_2526306.html?1358868111

 

 

 

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